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Crediti inesigibili: guida a deducibilità, bilancio e IVA

Quando un cliente smette di pagare, il danno per l’azienda è doppio perché al mancato incasso si aggiunge infatti il paradosso fiscale, e senza i giusti passaggi contabili, si finisce per versare le tasse su una ricchezza che esiste solo sulla carta. Gestire i crediti inesigibili con precisione serve proprio a questo, a trasformare un buco finanziario in un’opportunità di risparmio sulle imposte, recuperando l’IVA e riducendo l’imponibile IRES o IRPEF.

crediti inesigibili

Ma non basta decidere che una fattura è persa per poterla cancellare; serve un percorso documentale che convinca l’Agenzia delle Entrate della reale impossibilità di riscuotere quel denaro. Vediamo come coordinare la prudenza del bilancio con le rigide regole della deducibilità fiscale.

In sintesi: cosa sapere sui crediti inesigibili

  • 1. Cosa sono: i crediti inesigibili sono somme che non verranno incassate per insolvenza certa del debitore (fallimento, irreperibilità o assenza di beni).
  • 2. Deducibilità (Art. 101 TUIR): perdite deducibili se documentate; automatiche sotto i 2.500€ se scadute da oltre 6 mesi.
  • 3. Recupero IVA: possibilità di emettere una nota di variazione in diminuzione per stornare l’imposta già anticipata all’Erario.
  • 4. Obbligo di svalutazione: i crediti vanno iscritti in bilancio al valore di realizzo per evitare di pagare tasse su utili inesistenti.

Distinguere tra ritardo e inesigibilità del credito

Confondere una semplice difficoltà del debitore con la definitiva inesigibilità del credito è un errore che può costare caro. La “sofferenza” è una fase di stallo, spesso risolvibile con un piano di rientro. Al contrario, l’inesigibilità scatta quando ogni tentativo di recupero è fallito o si scontra con una situazione patrimoniale del cliente ormai compromessa. Questa differenza è alla base della valutazione che ogni amministratore deve fare a fine anno, come previsto dall’Articolo 2426 del Codice Civile.

Valutare un credito non esigibile è importante per riportare la situazione contabile alla realtà. Se un’azienda continua a esporre nell’attivo fatture insolute da anni, sta mentendo sulla propria solidità. Il codice civile impone di iscrivere i crediti al valore di presumibile realizzo: se la speranza di incassare è pari a zero, il valore deve essere azzerato. Farlo è un obbligo per garantire la trasparenza del bilancio verso i soci, i creditori e gli istituti di credito.

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La gestione contabile e il fondo svalutazione crediti

Sul piano pratico, la gestione delle perdite segue un iter che inizia ben prima della cancellazione definitiva. Quando sorge il dubbio che una somma non tornerà indietro, si interviene con la svalutazione. Si accantona una quota di rischio in un fondo che rettifica il valore dei crediti senza ancora eliminarli. Questo costo, imputato all’esercizio in cui il rischio emerge, serve a rispettare il principio di competenza.

Nel momento in cui l’irrecuperabilità diventa certa, la posizione viene chiusa definitivamente. Solo allora la svalutazione teorica si trasforma in una perdita effettiva. Una contabilità ordinata permette di monitorare l’anzianità di ogni singola fattura (il cosiddetto aging report), evitando che vecchie pendenze dimenticate finiscano per falsare il calcolo degli utili e, di conseguenza, dei dividendi.

Costruire la prova dell’irrecuperabilità

Perché il fisco accetti lo stralcio di un debito, serve un dossier di prove. Il recupero crediti inesigibili deve essere documentato, insomma, non basta dire che il cliente non risponde più. Solitamente si parte con una messa in mora formale, per poi valutare se procedere per via giudiziale. Esiste comunque una soglia di ragionevolezza: se il costo dell’avvocato e delle tasse giudiziarie supera l’importo del credito, insistere con un decreto ingiuntivo sarebbe un danno ulteriore.

In queste situazioni di non convenienza, si può dimostrare l’insolvibilità del debitore tramite una relazione professionale di inesigibilità. Questo documento, rilasciato da agenzie specializzate, certifica che il soggetto non ha stipendio, immobili o conti correnti aggredibili. È una prova fondamentale davanti a un controllo fiscale, perché dimostra che la rinuncia al credito non è un favore fatto al cliente, ma una decisione basata sull’evidenza che non c’è più nulla da pignorare.

Quando la perdita è considerata certa per legge?

Esistono casi specifici in cui non serve produrre prove complesse, poiché l’inesigibilità è presunta dalla normativa:

  • Apertura di una procedura concorsuale (come la liquidazione giudiziale o il fallimento) a carico del debitore.
  • Avvenuta prescrizione del diritto alla riscossione, a patto di aver monitorato correttamente i termini.
  • Verbale di pignoramento negativo redatto dall’ufficiale giudiziario che attesti l’assenza di beni.
  • Conclusione di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato dal tribunale.

Deducibilità fiscale delle perdite: l’Articolo 101 del TUIR

Il risparmio fiscale è legato a doppio filo all’Articolo 101, comma 5 del TUIR. La norma stabilisce che le perdite su crediti riducono l’imponibile se derivano da elementi “certi e precisi“. Fortunatamente, per le piccole pendenze la strada è in discesa. Il legislatore ha infatti introdotto una soglia di modesta entità che permette di semplificare le pratiche di bilancio.

Un credito è deducibile quasi automaticamente se l’importo non supera i 2.500 euro (soglia che raddoppia a 5.000 euro per le imprese con ricavi oltre i 100 milioni) e se sono passati almeno sei mesi dalla scadenza del pagamento. Questa regola è una boccata d’ossigeno per le imprese, che possono così eliminare velocemente i piccoli insoluti senza dover affrontare calvari giudiziari. Per importi superiori, invece, la prova della certezza della perdita resta rigorosa e deve essere supportata da azioni di recupero concrete o procedure concorsuali.

Nota di variazione e recupero dell’IVA sulle insolvenze

Un altro capitolo fondamentale è quello dell’IVA. Anticipare l’imposta allo Stato su una vendita che non verrà mai pagata è un peso finanziario enorme. Il recupero è possibile grazie alla nota di variazione in diminuzione, disciplinata dall’Articolo 26 del DPR 633/72. Se il debitore è soggetto a una procedura concorsuale, il creditore può emettere la nota di credito già alla data di apertura della procedura stessa, recuperando immediatamente l’imposta versata.

Se però non c’è una procedura concorsuale di mezzo, il recupero dell’IVA è più complesso. Bisogna attendere che le procedure esecutive individuali siano rimaste infruttuose. In pratica, serve un documento ufficiale che certifichi che il patrimonio del debitore è stato scandagliato e non è emerso nulla su cui rivalersi. Solo con questo pezzo di carta in mano l’azienda può procedere alla rettifica dell’imposta senza temere contestazioni.

Come prevenire l’insorgenza del credito non esigibile?

L’unico modo per proteggere davvero la cassa è evitare che il debito diventi inesigibile all’origine. Spesso ci si fida dell’apparenza o di relazioni commerciali storiche, trascurando i segnali di crisi del cliente. Una gestione sana del credito prevede una fase di analisi preliminare: prima di firmare contratti importanti, è essenziale verificare la solvibilità del partner tramite visure camerali e report sui protesti.

Una volta emessa la fattura, il tempo è il peggior nemico e più passano i giorni dalla scadenza, più calano le probabilità di rivedere i propri soldi. Un monitoraggio costante, supportato da solleciti immediati, serve a ricordare al debitore che la vostra azienda è attenta e organizzata. Molte volte, il cliente in difficoltà sceglie di pagare prima i fornitori che sollecitano con più fermezza, lasciando per ultimi quelli più permissivi.

Pratiche efficaci per tutelare la liquidità:

  • Effettuare un controllo di solvibilità (credit scoring) per ogni nuovo cliente rilevante.
  • Inviare una messa in mora formale tramite PEC appena scadono i termini di pagamento “bonari”.
  • Monitorare trimestralmente l’esposizione verso i singoli clienti per evitare concentrazioni di rischio eccessive.
  • Richiedere acconti o stati di avanzamento lavori per non finanziare l’attività altrui con il proprio capitale.
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I crediti inesigibili possono essere prevenuti ma anche affrontati con metodo, per limitare i danni economici e gestire il rischio. Ricordiamo che la trasparenza contabile non è solo un obbligo di legge, ma il miglior biglietto da visita per un’azienda che vuole crescere in modo solido e sostenibile.

Domande Frequenti (FAQ)

1. Quando un credito si considera ufficialmente inesigibile?

Si definisce tale quando esiste la prova certa dell’impossibilità di incasso. Gli esempi classici sono il fallimento del debitore, la sua irreperibilità documentata o un verbale di pignoramento negativo che attesta l’assenza di beni aggredibili.

2. È obbligatorio fare causa per dedurre la perdita su crediti?

No. Se il costo dell’azione legale è superiore al valore del credito (antieconomicità), è possibile procedere allo stralcio fiscale senza ricorrere al giudice, purché si disponga di una relazione tecnica che certifichi l’insolvenza del debitore.

3. Come funziona la deducibilità per i crediti di modesta entità?

Per importi fino a 2.500 euro (5.000 euro per le grandi imprese), la perdita è deducibile per legge se il pagamento è scaduto da oltre sei mesi. In questo caso non servono prove documentali complesse per giustificare la scelta al fisco.

4. Entro quando posso emettere la nota di variazione IVA?

Se il debitore è soggetto a procedura concorsuale, puoi emetterla già dalla data di apertura della stessa. Se invece si tratta di un’insolvenza comune, devi attendere che le procedure esecutive individuali siano rimaste infruttuose.

5. Cosa succede se incasso un credito già passato a perdita?

Se in futuro il debitore dovesse pagare, la somma incassata andrà registrata in contabilità come una sopravvenienza attiva. Tale importo concorrerà alla formazione del reddito tassabile nell’esercizio in cui avviene l’incasso.

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