Il costo di un decreto ingiuntivo rappresenta un investimento finanziario che il creditore deve sostenere per trasformare una fattura o un contratto in un titolo esecutivo. Non si tratta soltanto di remunerare l’assistenza legale, ma di assolvere a una serie di oneri fiscali che variano sensibilmente in base al valore della lite e alla natura del rapporto sottostante.

Il presupposto fondamentale è l’efficienza: il creditore, già penalizzato dall’inadempimento, deve calcolare il punto di pareggio dell’azione giudiziaria. In questo approfondimento analizzeremo ogni singola voce di spesa, dagli scaglioni del contributo unificato fino alle insidie dell’imposta di registro, fornendo i parametri necessari per una pianificazione dei costi precisa e priva di sorprese.
Il contributo unificato: la tassazione proporzionale della giustizia
L’accesso al sistema giudiziario è subordinato al pagamento del Contributo Unificato. Per il procedimento d’ingiunzione, il legislatore ha previsto un regime agevolato rispetto al rito ordinario, riducendo l’importo della metà. Questa scelta mira a favorire il recupero rapido dei crediti certi, liquidi ed esigibili, alleggerendo il carico fiscale iniziale per chi dispone di prove scritte.
L’importo viene determinato esclusivamente in base al valore della somma che si intende recuperare. È un tributo che non ammette deroghe e deve essere corrisposto al momento del deposito del ricorso telematico.
Tabella degli scaglioni e costi fissi
La tabella aggiornata 2026:
- Valore della causa fino a 1.100 €: Contributo di 21,50 €.
- Valore tra 1.101 € e 5.200 €: Contributo di 49,00 €.
- Valore tra 5.201 € e 26.000 €: Contributo di 118,50 €.
- Valore tra 26.001 € e 52.000 €: Contributo di 259,00 €.
A queste cifre va sempre aggiunta l’anticipazione forfettaria (la marca da bollo) di 27,00 €, tranne per le procedure di valore inferiore a 1.033 €, che ne sono esenti. Questi costi rappresentano le “spese vive” di cancelleria, che l’avvocato solitamente anticipa in nome e per conto del cliente, classificandole come operazioni fuori campo IVA.
L’imposta di registro: le variabili fiscali dell’Agenzia delle Entrate
Una delle voci più sottovalutate, ma spesso più gravose, è l’imposta di registro. Una volta che il giudice ha emesso il decreto, l’atto deve essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate. Qui la distinzione tecnica tra i tipi di credito diventa necessario per determinare il costo finale.
Crediti derivanti da operazioni soggette a IVA
Se il decreto ingiuntivo viene emesso per il recupero di fatture commerciali su cui è stata applicata l’IVA, la registrazione avviene a tassa fissa, attualmente pari a 200,00 €. In questo caso, il costo è prevedibile e non varia al crescere dell’importo ingiunto. Si tratta del caso tipico dei rapporti B2B o delle forniture di servizi.
Crediti non soggetti a IVA
La situazione cambia radicalmente per i crediti esclusi dal campo IVA, come i prestiti tra privati, il recupero di oneri condominiali o le somme derivanti da scritture private non commerciali. In tali circostanze, l’imposta è proporzionale e pari al 3% del valore del credito, oltre a eventuali interessi liquidati nel decreto.
Per un recupero crediti di 100.000 € non soggetto a IVA, l’imposta di registro ammonterebbe a 3.000 €. Questo è un esborso che il creditore deve anticipare obbligatoriamente per ottenere la formula esecutiva, documento senza il quale non è possibile dare inizio al pignoramento.
Gli onorari professionali e i parametri forensi
Il compenso dell’avvocato per la fase monitoria è l’altra componente essenziale del costo di un decreto ingiuntivo. Sebbene viga il principio della libera pattuizione, la maggior parte dei professionisti si attiene ai parametri minimi e massimi stabiliti dai decreti ministeriali (D.M. 55/2014 e successivi).
La parcella non copre solo la redazione del ricorso, ma l’intera attività di analisi documentale, la gestione del deposito telematico e l’interazione con le cancellerie.
- Fase di studio e introduzione: comprende l’analisi del titolo (fatture, contratti, estratti conto certificati) e la stesura dell’atto giudiziario.
- Fase istruttoria: nel rito monitorio è ridotta al minimo, ma include la gestione degli eventuali chiarimenti richiesti dal giudice prima dell’emissione.
Oltre all’onorario netto, il creditore deve considerare il 15% per spese forfettarie, il 4% di CPA (Cassa Previdenza Avvocati) e l’IVA al 22%. È prassi comune concordare un compenso fisso per la fase di emissione e un compenso separato per l’eventuale fase successiva del precetto e dell’esecuzione forzata.
Spese di notifica e diritti di cancelleria telematici
Il processo civile telematico ha abbattuto molti costi fisici, ma non li ha azzerati. La notifica del decreto ingiuntivo via PEC (Posta Elettronica Certificata) è la modalità standard quando il debitore è un’impresa o un professionista. In questo caso, i costi vivi sono vicini allo zero.
Tuttavia, se il debitore è un privato sprovvisto di PEC, è necessario ricorrere agli Ufficiali Giudiziari (UNEP). Qui i costi dipendono dalle tabelle delle distanze e dai diritti di trasferta. Ogni tentativo di notifica può costare tra i 15 e i 40 euro. In caso di irreperibilità del debitore, le ricerche anagrafiche e i successivi tentativi di notifica secondo l’art. 140 o 143 c.p.c. comportano ulteriori esborsi per diritti di copia e oneri postali.
La recuperabilità dei costi
Un punto cardine della procedura è che il giudice, insieme alla somma capitale, liquida nel decreto anche le spese legali e le tasse anticipate dal creditore, ponendole a carico del debitore. Sulla carta, quindi, il decreto ingiuntivo dovrebbe essere un’operazione a costo zero per chi ha ragione. La realtà dei fatti è però legata alla solvibilità del debitore. Se quest’ultimo è nullatenente o scompare, le spese anticipate per il contributo unificato, l’avvocato e l’imposta di registro resteranno definitivamente a carico del creditore. Per questo motivo, una seria analisi preventiva della capienza patrimoniale del debitore è parte integrante della valutazione del costo complessivo.
Domande Frequenti (FAQ)
1. È possibile recuperare l’imposta di registro pagata all’Agenzia delle Entrate?
Sì, l’imposta di registro rientra tra le spese liquidate dal giudice nel decreto. Il debitore è tenuto a rimborsarla al creditore. Se il debitore non paga, il creditore può portarla in deduzione o rivalersi sui beni pignorati.
2. Quanto costa un decreto ingiuntivo se il valore è inferiore a 1.033 euro?
Per i procedimenti di valore inferiore a 1.033 €, non è dovuta la marca da bollo da 27 €. Si paga esclusivamente il Contributo Unificato di 21,50 € e l’eventuale imposta di registro fissa.
3. Cosa succede se il debitore fa opposizione al decreto?
In caso di opposizione, il procedimento diventa una causa ordinaria. Il creditore dovrà integrare il Contributo Unificato (pagando l’altra metà) e i costi legali aumenteranno sensibilmente in base alla durata del processo.
4. Esistono casi di esenzione dal Contributo Unificato?
Sì, le procedure per il recupero di crediti di lavoro (stipendi, TFR) e quelle relative a processi di separazione o mantenimento figli sono esenti dal pagamento del Contributo Unificato e dei diritti di cancelleria.
5. Quanto costa la notifica via PEC a un’azienda?
La notifica tramite Posta Elettronica Certificata è tecnicamente gratuita. Alcuni avvocati potrebbero inserire una piccola spesa forfettaria per la gestione del processo telematico, ma non vi sono diritti UNEP o bolli postali da pagare.